Se camminare fa troppo rumore – Giusi D’Urso

Prima o poi a tutti noi capita, nel corso della nostra vita, di dover combattere contro l’Orco. Se la fortuna ci assiste la nostra battaglia arriverà tardi nel nostro percorso di vita e magari sarà pure di breve durata. Per Sofia, la protagonista di “Se camminare fa troppo rumore” di Giusi D’Urso purtroppo la fortuna non è compagna vicina e solidale.

Sofia è una bambina nata in Sicilia in un ambiente tutt’altro che avvantaggiato. Ha una grande amica di nome Filomena che, se possibile, è ancora più giù nella scala dei “baciati dalla fortuna”. Le giornate potrebbero anche essere identiche a quelle di tanti altri bambini nella loro situazione, le due potrebbero anche farsi forza l’una nell’amicizia dell’altra, ma le cose non sono destinate ad andare così. A un certo punto il padre di Sofia decide di trasferire tutta la famiglia più al nord, più precisamente a Pisa, una città che da subito Sofia percepisce ostile e quasi maligna. Ciò che purtroppo accade è che Sofia è costretta ad affrontare l’Orco tutti i giorni della sua vita.
Il padre infatti è una figura prevaricatrice, capace di grandi sbalzi di affetto e allo stesso tempo di sguardi che feriscono come coltellate. Lui, artigiano/artista, deciso a mantenere la famiglia creando oggetti unici da far vendere nei negozi della città a un certo punto crolla e porta con se figlia e moglie a combattere contro le spire di un gorgo che sembra non risparmiare niente e nessuno.
In tutto questo il rapporto con l’amica Filomena si sfilaccia a poco a poco, dalle telefonate iniziali si passa a una corrispondenza in cui a Sofia arrivano lettere costellati di errori e strafalcioni che dimostrano l’umile origine della compagna di giochi, ma che, nelle parole scritte, mostrano anche una disperata ricerca di una via di fuga dal paese, dalla violenza e dalla povertà, dal lavare cessi per vivere. Anche queste lettere a poco a poco si diradano e delle due sarà solo una a continuare una conversazione che ormai si è fatta monologo.

Chi è l’uomo a cui Sofia racconta la storia della sua vita? Perché Sofia ha bisogno di tre giorni per togliersi di dosso tutto il veleno accumulato? Cosa racconta Filomena nella ultime lettere che Sofia riceve? Queste sono alcune delle domande che troveranno risposta al termine della lettura di “Se camminare fa troppo rumore”.

Ormai va molto di moda raccontare il rapporto con i proprio genitori, molto spesso giocando su temi scabrosi, cercando l’effetto speciale per colpire il lettore magari anche per nascondere di non avere abbastanza talento per raccontare una storia. Giusi D’Urso però fa l’esatto opposto, il demone che alberga nel padre di Sofia è lasciato quasi sempre in secondo piano, è una presenza ingombrante, questo sì, ma soprattutto minacciosa. E diventa minacciosa anche per il fatto che la scrittrice ha deciso di lasciarla per buona parte del romanza senza un contorno bene definito. E’ questa la delicatezza necessaria a raccontare una storia del genere, a far nascere nel lettore l’angoscia essenziale per poter godere di questo testo. Sofia è una ragazza di talento, ma questo talento, la pienezza delle sue idee e dei suoi sogni, viene sempre offuscata dal nucleo oscuro e pulsante che vive a casa con lei. Quello del padre è un pensiero che non può essere estirpato e che si fa più forte nei momenti felici, proprio come le nubi temporalesche ci sembrano più nere con l’arrivo dei primi raggi del sole.

E poi c’è Filomena, una popolana, una ragazzina e poi una donna dalle umili origini, costretta alla semi ignoranza, al semi analfabetismo perché non c’è tempo per la cultura quando non sai se per cena troverai qualcosa sul tavolo. Nata e cresciuta in un ambiente anaffettivo lei crede ancora nella fuga, forse nella fuga anelata trova tutta la speranza necessaria per tirare avanti. Filomena funge quasi da specchio per Sofia, a un certo punto, guardare verso Mena procura un senso di vergogna in Sofia, ma non vergogna dell’amica, vergogna per sé stessa. Come fanno due vite così diverse, che differiscono così tanto ad avere così tanto in comune?

Infine la madre, il personaggio che credo di amare di più per la sua complessità. Reso magistralmente, la madre si trova tra due fuochi, da un lato il bisogno direi culturale di mantenere uno stato di equilibrio apparente all’interno dell’ambito familiare, dall’altro la consapevolezza che la figlia meriterebbe un presente e un futuro migliore. C’è in lei un briciolo di egoismo che la porta a creare un ecosistema interno alla casa in cui coinvolge anche Sofia, nonostante la ragazza non possa dire di aver scelto il destino che le si sta parando davanti. La madre è a tutti gli effetti uno snodo importante di questo romanzo e la cosa sorprendente è che tra tutti i personaggi è quella che ha lo spazio minore nella narrazione. Viene dopo il padre, Filomena, Ajar e anche dopo il professore, eppure da lei si dipanano lingue di fuoco che bruciano Sofia e tutto ciò che la circonda.

Giusi D’Urso costruisce un romanzo pregiato in cui si vede fin dalle prime pagine la dedizione nei confronti della parola scritta, si riescono quasi a vedere le microlimature del testo, un po’ come si potrebbero vedere i segni del tornio negli oggetti creati dal padre di Sofia. La D’Urso tratta il tema della malattia donandogli un’infinità di sfumature e non esagera mai, mantiene un perfetto equilibrio dall’inizio alla fine. La battaglia che Sofia combatte all’esterno e quella che combatte contro sé stessa sono descritte con dettagliata cura. Tutti i personaggi escono dalla pagina da quanto risaltano nitidi sulla pagina e pure Pisa non si limita ad essere un semplice contorno ma diventa personaggio d’accompagnamento.

Ogni tanto è bello ricordarsi in cosa consiste la bellezza della letteratura: raccontare storie che arrivano al cuore.

 

 

Nata a Messina nel 1967, si è trasferita a Pisa negli anni ’80, dove ad oggi vive e lavora. Insegna nutrizione all’università di Pisa come docente a contratto ed esercita la libera professione come biologa nutrizionista.

Ha pubblicato vari testi divulgativi destinati alla famiglia e a un pubblico in età evolutiva. Di seguito, i dettagli:

Mangiando in allegria; mangiare sano e inquinare meno, proviamo?, Felici Editore, 2008 (coautrice);
Montefoscoli e il museo della civiltà contadina. Piccola guida per piccoli visitatori, Felici Editore, 2008 (coautrice);
A spasso per Volterra. Giulia ci accompagna attraverso la storia e l’arte della città, Felici Editore, 2008 (ghostwriter ed editor);
Spunti di nutrizione ed altro, MdS editore, 2009;
Ti racconto la terra. Apologia del buon cibo fra agricoltura e buone pratiche alimentari, Edizioni ETS, 2014;
Conosci il tuo cibo. Impara, scegli, gusta!, Edizioni ETS, 2015;
Il cibo dell’accudimento, MdS editore, 2016.

Il suo primo romanzo è Il bene tolto, Felici Editore, 2009.

Scrive racconti e testi liberi, alcuni dei quali sono apparsi sulle seguenti riviste: “Crack Rivista”, “Rivista Blam”, “Offline”, “Bomarscé”, “In allarmata radura”, “Salmuria”, “Fernweh”, “Al passo coi tempi. Un blog evolutivo”. È autrice/redattrice presso la rivista “Quaerere”. Collabora occasionalmente con il periodico “Gardenia” e con alcuni quotidiani locali.



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